Peccioli Park
La storia del John Hammond toscano
Quando ero alle elementari la scuola ci portò in gita a Peccioli, tipico borgo toscano della Valdera appoggiato su una collina con vista su altre colline e viali di cipressi che attravesrano i campi. L’oggetto della visita non era il paese in sé, che tanto valeva salire nella ben più vicina svizzera pesciatina (esiste davvero), ma il “parco dei dinosauri”, una rarità all’epoca, quando la dinomania innescata dal film di Jurassic Park era appena iniziata. Non ricordo molto di quella gita come non ricordo molto in generale degli anni della mia infanzia, ma conservo un’impressione di trascuratezza e delusione, i dinosauri (di cui ero già abbastanza appassionato before it was cool) mi erano sembrati rozzi e goffi, l’ambiente limitato e spoglio. Insomma, anche se ero solo un bambino, proabbilmente un bambino rompicoglioni, avevo decretato che il “parco dei dinosauri” di Peccioli fosse una schifezza e non ci sarei mai tornato.
Sono rimasto fedele a questa promessa fino alla settimana scorsa, quando ho deciso di tornare a fare una zingarata da quelle parti. Negli anni la fama di Peccioli si è evoluta, grazie ai capitali delle discariche della zona che sono stati reinvestiti nell’arte e che hanno trasformato questo borgo e gli altri della zona in musei a cielo aperto di arte contemporanea (forse avete sentito nominare il Teatro del Silenzio, e le statue dei giganti che spuntano dal terreno?). Ma questo rinnovamento non ha toccato il “parco dei dinosauri” che è rimasto quello di trent’anni fa.
Ora, sarà che sono appunto passati trent’anni, sarà che da bambino rompicoglioni sono diventato un vecchio indulgente, ma non mi è sembrato così terribile. Certo, è sostanzialmente un grande giardino, un terreno spianato con una spruzzata di pini e una spennellata di siepi, ma l’atmosfera è placida e il panorama gradevole. I dinosauri sono sempre quelli: goffi e rozzi, ma hanno anche una loro ingenua purezza, un po’ come quei disegni medievali di gatti o cavalli visti di fronte.
Insomma mi faccio la mia visita, mi mangio il mio pranzo al sacco (altra cosa che odiavo da bambino e ora è una delle mie preferite), caffè sigaro e sto per andarmene. Quando nei pressi del bar si avvicina l’ometto che stava alla cassa, e che fin da subito era parso un po’ stravagante, il tipo di soggetto che ti aspetti di trovare a tutte le ore al bar in piazza a sbracalare di politica e pallone, locali e nazionali (una delle sue prime frasi è stata “le scimmie stanno a Montecitorio”). L’ometto ci chiede se è piaciuto il parco e visto che sembra disposto alla chiacchiera, chiediamo di chi è la villa che si trova all’interno del parco, il cui vialetto sbuca proprio nel centro del giardino. “Ci sto io” risponde lui. “È mio qui.”
Mind blown.


Per qualche ragione avevo supposto che il “parco dei dinosauri” che è in realtà più accuratamente denominato Parco Preistorico, fosse una struttura pubblica, una cosa gestita dal comune e data in gestione a qualche cooperativa. Salta fuori invece che è una struttura privata, che lo è sempre stata, e che il signore lì all’ingresso ne è non solo il proprietario ma anche l’artefice. L’idea, il progetto e la realizzazione sono tutte sue.
Il signore in questione si chiama Guido Ghironi, e non è servito sollecitarlo troppo perché raccontasse tutta la sua storia. Viene da una famiglia di circensi itineranti (soprattutto in est europa, balcani, grecia, a quanto ho capito) che alla fine degli anni 70 ha deciso di stanziarsi, e avendo dei parenti a Peccioli ha acquistato la villa con i terreni circostanti. Durante i lavori nelle vigne presenti all’epoca, scopre alcune conchiglie fossili e ne rimane affascinato. Da lì inizia a informarsi sulle creature preistoriche e gira per i musei per capire quello che può su dinosauri e altri animali. E insieme al padre e al fratello, forti del loro mindset da imprenditori dell’intrattenimento, pensa “come si potrebbe creare uno spettacolo su questi dinosauri?” E da lì l’idea di realizzare delle sculture a dimensione naturale da esporre e trasformare quello che era il loro giardino in un’attrazione per il pubblico.


I dinosauri e le altre creature preistoriche (plesiosauri, pterosauri, mammut, e pure qualche homo abilis) sono state tutte interamente costruite da lui. Per alcune ci è voluto parecchio tempo, come per il grande, assurdo, ridicolo, maestoso brachiosauro che sta al centro del parco, una torre di gesso e catrame alta dodici metri che per dimensioni ed espressione è la cosa più vicina a un kaiju che abbia mai visto, che ha richiesto quattro anni per essere comlpetato e messo a dimora. Le raffigurazioni sono approssimative, sproporzionate, sono evidentemente messe insieme da una persona senza troppe cognizioni di anatomia e una padronanza dei materiali tutta autoaquisita col tempo e la pratica. Le espressioni, le posizioni, le articolazioni, le dentature, sono tutte grottesche e surreali, ma è proprio questo il loro fascino. E anche se le rappresentazioni si rifanno a un immaginario superato, ci sono anche tracce di nozioni aggiornate: dell’oviraptor non si dice che mangiasse le uova, e la cresta del dilofosauro viene dichiarata come non accurata e tratta solo dal film (si tratta della scultura più recente, realizzata in epoca covid, e ha detto che se non avesse messo la cresta non lo avrebbero riconosciuto). Insomma Guido Ghironi un giorno ha scoperto i dinosauri e ha pensato “i’ll make my own dinosaur park, with blackjack and hookers”.
Questa consapevolezza ha completamente svoltato la mia concezione di questo posto, e adesso provo solo ammirazione profonda per una persona che ha semplicemente deciso di fare qualcosa, perché così gli diceva la testa, perché pensava che alla gente potesse piacere, e anche se con fortune alterne, per quasi quarant’anni ha funzionato. Poi, Ghironi rimane un personaggio particolare e non si lascia sfuggire le occasioni per le sue sentenze sull’attualità e la società, la sua raccolta di meme stampati in A4 con l’evoluzione dell’uomo che finisce in un nerd curvo davanti al pc, invece che il più desiderabile progresso verso una gnocca bionda (anche questo stampato in A4). Ha le sue teorie sull’estinzione dei dinosauri (a suo dire ce ne sono 81, ma il meteorite non c’entra nulla) e sulla deriva dei costumi (“i bambini vanno a scuola in autobus e poi li mandano in palestra”) e altre idee grandiose di attrazioni che nessuno ha mai realizzato. Una è così potente che non ve la dico nemmeno perché se trovo qualcuno disposto a realizazrla gliela vendo, sorry Guido.
Se vi ricordate, in Jurassic Park (almeno nel film, non mi ricordo se anche nel libro è uguale [ma nel libro è molto meno nonnino e molto più stronzo quindi mi sa di no]) John Hammond racconta di come avesse iniziato allestendo spettacoli da circo, e questo poi lo ha portato ad aprire il suo parco dei dinosauri. Pertanto, si può dire che Guido Ghironi è il nostro John Hammond.
L’età della pietra non è mica finita perché son finite le pietre
(G. Ghironi)





Da vecchio studente borghigiano non posso che ricordare con piacere la "gita al parco dei dinosauri" in 4° elementare. Me ne tornai a casa con due statuette (tirannosauro e il mio perfetto e preferito triceratopo).
Tutto torna con la tua descrizione. Ricordo anche che prima di andare via il proprietario (ora grazie a te so la sua storia) ci fece il piacere di far "eruttare il maestoso e temibile vulcano" con una farlocca carta igienica colorata di rosso e giallo😂). Delusi andammo via.
Non ci sono più tornato ma adesso mi hai fatto tornare la curiosità.
Scusa, ma io devo condividere la coincidenza: non avevo mai sentito parlare di Peccioli fino a ieri, quando sono stata alla presentazione di un libro del Touring Club sulle innovazioni "micropolitane" di Peccioli. Presentazione bolognese piena di parrucconi, compresi sindaco di Peccioli e di Bologna, Milena Gabanelli e altri. Beh, un'ora e mezza di presentazione e nessuno ha mai nominato il signor Ghironi e il suo parco dei dinosauri. Se non sono imprese micropolitane queste!
La citazione è bellissima, la amo, spero di riuscire ad usarla in futuro!