Una moneta per Mauro Covacich
O della necessità per un critico letterario di saper interpretare le metafore
Se siete qui la storia la sapete già. In una riga: dalle pagine de La Lettura, lo scrittore Mauro Covacich lancia il suo anatema contro la fantascienza (cit.) e ci spiega con tutta e sola l’aneddotica a cui può attingere che la fantascienza ha fallito perché non ha previsto il mondo del futuro. Posizione platealmente ottusa perché parte da una falsa premessa teleologica della fantascienza, e palesmente infondata perché parte da una dichiarata ignoranza del genere. Non staremo ora a spiegare come e perché Covacich sbaglia nel misurare la validità della fantascienza con l’accuratezza delle sue proiezioni (per questo vi rimando in basso alla sezione ah shit here we go again), e non elencheremo nemmeno tutti i testi in cui si possono trovare anticipate quelle cose che Covacich lamenta non siano mai state previste. Non staremo nemmeno a rispondere punto per punto alle inesattezze e alle fallacie inanellate dallo scrittore, perché invece parleremo di soldi.

Non di quelli che Mauro Covacich ha auspicabilmente intascato per questro stralcio di diario sotto l’ombrellone, ma delle monete che Philip K. Dick racconta essere necessarie per attivare gli elettrodomestici in Ubik. Infatti Covacich racconta di aver approcciato la lettura del romanzo di Dick, convinto dal noto entusiasmo di Carrère per questo autore, e di averlo trovato poco interessante. Che per carità, ci sta, Mauro, non ti devi giustificare. Poi però poco più avanti, riprende l’esempio di Ubik per sostenere la sua tesi sull’inefficacia della fantascienza, e dice:
Ecco, a proposito di porte, il futuro di Dick è anche molto rudimentale. Secondo il maestro della fantascienza per aprire una porta nel 1992 sarebbe servita una moneta. La società del futuro, peina di gente con poteri paranormali, avrebbe dovuto inserire monete praticamente in ogni elettrodomestico. Ebbene, per quanto sia facile ridere ex post, fa comunque specie osservare come il nostro presente sia caratterizzato soprattutto dalla rapida e per molti aspetti proficua sparizione delle monete. Il primo vero passo del futuro, percepibile nella vita di tutti i giorni, è stata la digitalizzazione del denaro […]. La rarefazione del contante […] è un segno indiscutibile del futuro realizzato.
Oh, peccato, Mauro. Ci eri arrivato così vicino. Così vicino.
Con uno sfoggio di miopia che non sarebbe risolvibile nemmeno con la chirurgia refrattiva (altra cosa che la fantascienza non aveva previsto, mannaggia), Covacich qui guarda la moneta e non vede il sistema economico. Com’è possibile non rendersi conto della evidentissima metafora della moneta necessaria per azionare i propri elettrodomestici? In Ubik questo dettaglio è forse il più surreale, al limite del parodistico, ma il suo valore allegorico è ben presente ed è invecchiato come il cognac: nel mondo futuro descritto da Dick, le persone non sono proprietarie nemmeno di ciò che possiedono. Gli elettrodomestici (e pure le maledette porte!) non sono più oggetti che si acquistano e si utilizzano, ma sono servizi. Un po’ come tutte le sottoscrizioni che ti obbligano a fare oggi per poter usare qualcosa che hai già pagato. Come la stampante che non stampa perché anche se hai il toner fresco, ti è scaduto l’abbonamento; o il kindle da cui scompaiono tutti i titoli perché si tratta di un modello troppo vecchio; o la suite di grafica che ti chiede di pagare per cancellare l’abbonamento. Come hai fatto, Mauro, a non sbattere il muso su questa metafora così lampante, che forse è molto più facile da interpretare oggi che ai tempi in cui il libro è stato scritto?
È questa la cosa che mi ha irritato/divertito di più dell’articolo. Al di là della crassa ostentazione di ignoranza e disinteresse, quel mainsplaining che si sa, il mainstream può sempre permettersi nei confronti delle sottoculture perché non deve rendere di conto a nessuno, questo dettaglio in particolare mi ha fatto proprio cogliere la frattura tra chi è allenato a leggere e interpretare e chi invece vede le cose solo per come sono. Non per come potrebbero essere o per come saranno.
E dire che mi ero convinto, in questi anni di lettura, di scrittura e di divulgazione, che per esercitare queste attività di analisi e critica fosse necessario riuscire a leggere non solo il testo, ma sotto il testo. E invece no, Mauro Covacich ci mostra che non è così. Si può essere finalisti Premio Strega, critici letterari e autori di doppie pagine di inserti culturali senza bisogno di nessun livello di lettura, nessuna sfaccettatura, nessun approfondimento. E il problema sotto sotto forse lo ravvisa lui stesso, perché dice anche:
E qui devo ammettere i miei limiti: in un paesaggio umano così poco riconoscibile, situato in un orizzonte cognitivo privo di esperienze condivise, dove le cose succedono fuori da ogni logica, ovvero in modo del tutto arbitrario, io non solo fatico ad appassionarmi, ma non trovo nulla che possa risultare utile al mio inesauribile apprendistato affettivo e sentimentale di umano gettato sulla terra.
Covacich lo ammette: non riesce a interpretare. Non riesce a rivedersi in ciò che non gli è familiare. Non ha la capacità per cambiare orizzonte cognitivo, per immaginare situazioni diverse da quelle a lui familiari, e come queste potrebbero impattare sul suo apprendistato affettivo e sentimentale. Il che è curioso, perché si dice che la letteratura e l’arte tutta siano proprio un mezzo per comunicare cose che non si possono dire così come sono.
Ma forse avevamo capito male noi, che leggiamo ste cose.
Ah shit, here we go again
Una raccolta essenziale di been there done that
Siccome questa non è la prima volta che capita di leggere uscite del genere sui giornali e gli inserti culturali a diffusione nazionale, e ci siamo un po’ stancati di ripetere sempre i soliti discorsi, invece di mettersi da capo a spiegare il perché e il percome, vi metto qui una serie di link di occasioni precedenti in cui a titolo personale o in quanto componente di Reading Wildlife io (e/o la collega Angela Bernardoni) abbiamo affrontato il discorso dello scopo della fantascienza e della considerazione della narrativa di genere da parte del mainstream, nonché qualche utile rimando al dicourse sulla fantascienza italiana.
Qualcuno spieghi ai nostri giornalisti che la fantascienza è andata oltre gli anni ’70 (maggio 2022) - uno dei primi rant su StayNerd (il sito adesso è un po’ disbandato, ma il testo si legge ancora)
Dispaccio Reading Wildlife #19 - Il solito Avvenire (marzo 2026) - Quando ci ha provato pure Avvenire
Reading Wildlife #77 - Un quarto di secolo, e ancora niente macchine volanti (febbraio 2025) - Perché anche noi ci rendiamo conto che certe previsioni non hanno ingranato
Dispaccio Reading Wildlife #12 - Come i techbros si sono appropriati della fantascienza (giugno 2025) - Rapido reality check di come l’immaginario fantascientifico stia tuttora plasmano il mondo anche nei peggiori modi possibili
Cronache della fantascienza italiana (aprile 2021) - Un dialogo con Maico Morellini per ripercorrere la storia recente della fantascienza italiana
Il problema della fantascienza italiana (novemrbe 2024) - Che non si dica che non risparmio le critiche a questo ambiente e che i problemi di comunicazione con l’ecosistema letterario non sia già stato individuato come problema (bonus: riferimenti ad altre occasioni precedenti non documentate altrove)
Per finire, vi ricordo sempre che sia in Fantascienza - Storia delle storie del futuro che in Anatomia della fantascienza, Bernardoni&Viscusi affrontano il tema dello scopo della fantascienza e dei classici equivoci nella sua interpretazione




Al di là dell'irritazione e del divertimento, provo anche una certa invidia mista a pena. Perché per me il "paesaggio umano così poco riconoscibile, situato in un orizzonte cognitivo privo di esperienze condivise" risulta spesso più familiare, proprio perché universale (come non riconoscermi nei dubbi etici che tanta FS pone? io sto ancora qua, dopo tanti anni, a chiedermi se mi farei mettere o meno una pila corticale) rispetto all' " inesauribile apprendistato affettivo e sentimentale di umano gettato sulla terra" che poi non è umano, ma è un maschio che scrive delle sue sfighe affettive personali. Io in quell'individuale dovrei trovarmi? Come? Perché lo Strega ha generato un sottogenere della letteratura mainstream, il "da premio", quel tipo di fiction memoiristica di analisi sofferente di come il rapporto complesso con mamma e papà porti al divorzio?
Che pena, avere orizzonti così piccoli.
Che invidia, riuscire a trovarsi in così poco.
Io la mia sul tema l'ho appena detta qui: https://substack.com/@paulolden/note/c-285686086?utm_source=notes-share-action&r=5hq0f8